Le cose tra noi non andavano bene da tempo, per questo mi sono sorpresa quando mi hai proposto un fine settimana in montagna. Passeggiate, laghi e viste mozzafiato sembravano l’ideale per riportare serenità nel nostro rapporto logorato. Confusa ma speranzosa, ho detto di sì, illudendomi che volessi salvare la nostra storia. Ho preparato tutto: zaino, panini, scarponi e borracce. Non sono mai stata atletica, ma mi avevi assicurato che il percorso era facile, adatto persino ai bambini. D’altronde, tu eri l’esperto di trekking.
Un passo troppo veloce
All’arrivo ero sinceramente emozionata. Faceva un gran caldo e sul sentiero c’eravamo solo noi. Eppure, anziché parlare, ti sei chiuso in un silenzio ostile. Più salivamo, più acceleravi il passo in modo innaturale. Quando, affannata, ti ho chiesto una pausa per prendere fiato, non mi hai ascoltata: “Stai sempre a lamentarti, muoviti!”. E intanto andavi sempre più veloce, distanziandomi senza voltarti.
Il silenzio della montagna
A un certo punto, la tua figura è sparita. Ero sola su un sentiero sconosciuto, accaldata, confusa, con la testa che mi girava. Ti ho aspettato quasi un’ora seduta su una roccia, sperando che ti fossi accorto di avermi persa. Ti ho dato il beneficio del dubbio fino all’ultimo, ma poi la consapevolezza mi ha gelata: lo avevi fatto apposta. Era una vendetta lucida. Speravi di terrorizzarmi, di farmi soffrire o persino di uccidermi.
L’ombra del tramonto
Il telefono si stava scaricando rapidamente e non c’era campo. Ho pianto, realizzando di essere in trappola e capendo in quell’istante quanto tu fossi codardo: invece di affrontarmi guardandomi negli occhi e lasciarmi, avevi scelto l’abbandono più vile. Ho cercato di ripercorrere la strada a ritroso, ma non avevo la più pallida idea di dove fossi. “Morirò qui”, ho pensato con il cuore in gola quando il sole ha iniziato a calare e l’aria si è fatta gelida.
L’ angelo custode
Poi, provvidenziale, è arrivato il rumore di alcuni passi. Era un Carabiniere Forestale che stava effettuando l’ultimo giro di perlustrazione del territorio prima del tramonto, per me in quel momento un vero angelo custode. Gli ho spiegato la situazione tra i singhiozzi; è stato estremamente professionale, mi ha coperta, mi ha calmata e mi ha scortata in sicurezza lungo il sentiero fino a valle. Lì, non appena il cellulare ha ripreso il segnale, ho chiamato mia sorella per farmi venire a prendere.
Una violenza subdola e codificata
In auto le ho raccontato l’orrore di quelle ore. Mia sorella si è rabbuiata e mi ha spiegato che la mia non era stata sfortuna o una semplice lite, ma una forma di violenza codificata, purtroppo sempre più diffusa: si chiama “divorzio alpino”. Consiste proprio nel portare il partner in un luogo isolato e impervio, privandolo di ogni risorsa e abbandonandolo al suo destino.
La maschera svelata
Il giorno dopo sono tornata a casa per chiederti spiegazioni. Hai sminuito l’accaduto con una freddezza disarmante, dicendo che sapevi che sarei tornata da sola, che volevi solo “farmi sgamare” e che ero la solita “frignona”. Davanti al tuo aberrante tentativo di manipolazione della realtà, ho realizzato quanto tu fossi pericoloso. Ho preso le mie cose e sono sparita dalla tua vita. Forse il tuo intento era letale, ma allontanandomi definitivamente da te ho capito, con immenso sollievo, quale enorme proiettile io sia riuscita a schivare.
Chiara Ceddia