Lo abbiamo visto decine di volte nei film americani. Una famiglia si trasferisce in una nuova casa, non ha ancora finito di scaricare gli scatoloni che suona il campanello. Alla porta c’è una vicina con una torta appena sfornata. Poco dopo ne arriva un’altra con dei biscotti. Qualcuno si presenta, qualcuno dà il benvenuto, qualcuno racconta chi abita nella casa accanto.
Il cinema, naturalmente, esaspera la realtà. Ma negli Stati Uniti la tradizione di accogliere i nuovi vicini con un piccolo dono esiste davvero ed è ancora piuttosto diffusa in molte comunità residenziali.
Da noi la scena sarebbe probabilmente diversa. Soprattutto nei condomìni, l’arrivo di qualcuno di nuovo viene accolto spesso più con curiosità che con entusiasmo. Chi saranno? Avranno bambini? Un cane? Faranno rumore? Parcheggeranno correttamente? Rispetteranno gli orari? Prima ancora di conoscere le persone, cominciamo a immaginare i problemi che potrebbero portare con sé.
Gli spazi
Forse dipende anche dal nostro modo di abitare. Gli spazi sono più compressi, i muri dividono vite molto vicine, gli ambienti comuni sono continuamente attraversati e la convivenza può trasformarsi facilmente in un piccolo concentrato di insofferenze, abitudini incompatibili e vecchi battibecchi. In un condominio non scegliamo chi vive sopra, sotto o accanto a noi. E ogni nuovo arrivo modifica, almeno un po’, un equilibrio già esistente.
Ma proprio per questo l’accoglienza diventa interessante. Perché il primo incontro crea già una relazione. Presentarsi a qualcuno dicendo «Benvenuti, se avete bisogno siamo qui» produce un punto di partenza completamente diverso dal limitarsi a osservare i nuovi arrivati attraverso lo spioncino. E forse può influenzare anche ciò che accadrà dopo.
Accogliere, naturalmente, non significa presentarsi necessariamente con una torta in mano. Possiamo lasciare agli americani muffin e biscotti, se non appartengono alle nostre abitudini. Possiamo però recuperare il significato di quel gesto: dire a chi arriva che non sta entrando soltanto in un appartamento, ma in un luogo abitato da altre persone.
E allora perché non inventare un nostro piccolo rito di benvenuto?
Potremmo, per esempio, consegnare ai nuovi arrivati il Decalogo del condominio gentile. Non un elenco minaccioso di divieti e prescrizioni, ma una sorta di patto reciproco: poche indicazioni per raccontare come vorremmo vivere insieme. Con una condizione, però: le regole non possono riguardare soltanto “quelli nuovi”. Perché quando arriva qualcuno siamo in due a dover imparare qualcosa. Chi entra deve conoscere abitudini e regole della comunità che lo accoglie; chi c’era già deve concedergli il tempo di orientarsi, evitare di interpretare ogni errore come una mancanza di rispetto, spiegare prima di rimproverare.
Potremmo stabilire una piccola regola per entrambi: chi arriva domanda, chi accoglie racconta. Chi arriva può chiedere come funzionano gli spazi comuni, quali sono le consuetudini, a chi rivolgersi in caso di necessità. Chi accoglie può presentarsi, fornire informazioni utili e, soprattutto, evitare di consegnare insieme alle chiavi simboliche del condominio anche l’elenco delle vecchie guerre: chi non parla con chi, chi parcheggia male da vent’anni, chi litiga con l’amministratore.
Ogni nuovo vicino, in fondo, arriva senza conoscere la storia precedente. Ed è forse proprio questa la parte più bella. Non sa ancora chi è “quello antipatico”, “quella che protesta”, “quelli del quarto”. Ha davanti semplicemente delle persone.
Accogliere qualcuno significa allora anche concedersi la possibilità di ricominciare da lì: dalle persone, prima dei pregiudizi e delle abitudini. Non occorre necessariamente una torta appena sfornata. Potrebbero bastare un foglio, un sorriso, qualche informazione utile e una frase semplicissima: “benvenuti, da oggi questo posto è anche vostro”.
A cura del progetto Coltiviamo Gentilezza