Se fossi passato davanti all’Ufficio Anagrafe del Comune di Varese nel 1943, non avresti notato qualcosa di particolare, se non un impiegato come tanti. Lui era Calogero Marrone, entrava in ufficio ogni mattina, timbrava documenti, compilava certificati, parlava con i cittadini. Nessuno avrebbe immaginato che proprio da quella scrivania stava nascendo una delle più grandi reti di salvataggio della provincia durante l’occupazione nazifascista.
La fabbrica delle identità
Calogero Marrone era uno dei più alacri appoggi per la fuga dallo stato italiano dei perseguitati. In quell’ufficio preparava carte d’identità e documenti falsi destinati ad ebrei, ai perseguitati politici, ai renitenti alla leva e ai partigiani.
Ogni documento che produceva aveva il potenziale di salvare una vita, di offrire una possibilità di fuggire verso la Svizzera e scappare dalle atrocità del conflitto.
E in tutta questa vicenda, Calogero Marrone non era solo.
L’uomo che lo protesse
A conoscere tutto c’era anche il podestà di Varese, l’avvocato Domenico Castelletti. Come rappresentante della città, avrebbe potuto, o meglio, dovuto denunciarlo e fermarlo, ma scelse invece di proteggerlo, pur sapendo di rischiare la propria posizione e la propria vita.
Durante il suo lavoro, cercò di allontanare i sospetti e di permettere a Marrone di continuare la sua attività clandestina.
Quando Castelletti venne interrogato nella sede di Casa Dansi, rischiò perfino l’arresto. Secondo le ricostruzioni storiche, fu l’intervento del prevosto di Varese a evitargli conseguenze immediate.
L’arresto
Nel gennaio del 1944 la rete venne scoperta. Calogero Marrone fu avvisato preventivamente, ma decise di non scappare per non mettere a rischio la sua famiglia, e fu arrestato.
Passò dal carcere di San Vittore al campo di transito di Bolzano. Poi arrivò a Dachau.
Morì nel febbraio del 1945, poche settimane prima della liberazione del campo, consumato dal tifo.
Una storia che vale la pena ricordare
Alla fine della guerra, mentre molti funzionari del regime vennero allontanati, Domenico Castelletti fu difeso perfino dai suoi avversari politici, che ne riconobbero l’integrità morale e il coraggio dimostrato durante gli anni più difficili.
Questa storia racconta una Varese in cui un semplice impiegato comunale trasformò una scrivania in uno strumento di salvezza e un amministratore scelse di rischiare tutto pur di non tradire la propria coscienza.
E la prossima volta che passerete davanti al Municipio di Varese, il nostro Palazzo Estense, ricordatevi che, dietro quelle finestre, qualcuno ha usato timbri e documenti per salvare delle vite.
Samuele Corsalini