Non c’era ombra. Per esserci ombra serve una luce che la proietti, e lì non c’era niente. Solo una distesa piatta, senza confini, fatta di polvere e silenzio. Non quello rarefatto della vetta, ma uno più denso, che ti scendeva nei polmoni e li riempiva come sabbia.
Camminare era inutile. Potevi muovere i piedi per ore, ma restavi sempre nello stesso punto. Il fondo era un luogo senza direzioni: nessun nord, nessun sud, soltanto il passo successivo, che non conduceva a nulla. A volte ti sedevi, altre rimanevi in piedi, come se cambiare posizione potesse trarre in inganno il tempo.
I giorni passavano senza confini. Non c’era alba, non c’era notte. Nessuna presenza. La mente cominciava a piegarsi sotto un peso senza nome. A tratti riaffioravano frammenti di memoria: il profilo di un volto senza occhi, una voce che parlava una lingua sconosciuta, una mano che si allungava verso di te e si dissolveva prima di toccarti.
L’apatia non era stanchezza. Era invasione. Ti convinceva che fermarti fosse meno doloroso che tentare di andare avanti, che la paralisi fosse rifugio. Ti entrava dentro come veleno a rilascio lento: più cercavi di reagire, più ti spegneva. Pensavi che avresti potuto sdraiarti, lasciarti andare, diventare parte di quel suolo incolore. Ma non accadeva nulla. Nessun sollievo, nemmeno nel rifiuto.
Poi, in un tempo che non aveva misura, successe qualcosa.
All’inizio fu solo una sospensione, come un muscolo che si tende senza motivo. Un’eco che non capivi se fosse reale o generata dentro di te. Un bagliore minimo, non luce ma deviazione, come se un raggio invisibile avesse esitato un istante. Strizzasti gli occhi.
Pensasti di essertelo inventato.
Ma poi la vedesti.
Non la forma precisa, ma la presenza: irregolare, massiccia, scura, immobile contro un orizzonte che fino a quel momento era rimasto muto.
Era una montagna. Un’altra. Più alta di quella che avevi già scalato. Il suo profilo aveva qualcosa di minaccioso.
Per un tempo impossibile da misurare restasti a fissarla, come si fissa una minaccia che supera ogni forza.
Era lì.
E lo sapevi.
Sapevi che avresti dovuto ricominciare da zero.
Ma eri stanco, svuotato, e qualcosa in te si era spezzato. Non era solo mancanza di fiato: era la certezza che, stavolta, non ci fosse nulla da conquistare.
Aldo Palmeri
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