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Due montagne – parte 4

Non c’erano sentieri.

Né mappe, né frecce a indicare la direzione. Solo quella massa imponente, ferma, che non sarebbe mai venuta verso di te. Se volevi raggiungerla, dovevi muoverti tu.

All’inizio fu un passo incerto, più simile a una caduta in avanti che a una marcia. Il terreno era irregolare, segnato da crepe e buche profonde. Ogni passo richiedeva attenzione, e ogni attenzione ti costava energia che non avevi. Cadesti più volte, con il sapore amaro della polvere in bocca, ma ogni volta che ti rialzavi ti sembrava di essere un millimetro più vicino.

Avvicinandoti, scoprivi che quella montagna non era fatta della stessa roccia spoglia della prima. Aveva radici che affondavano nel profondo, corsi d’acqua che tagliavano la pietra e chiazze di verde ostinato che resistevano al vento. Non era una montagna morta. E dall’interno saliva un odore di terra bagnata, come se respirasse. Più la osservavi, più capivi che non si sarebbe lasciata scalare senza pretendere in cambio qualcosa da te.

Questa volta non c’erano applausi a spingerti, né la promessa di un traguardo da esibire. La fatica era diversa: non serviva a dimostrare. Serviva a ritrovarti. Ogni appiglio era un patto muto tra te e la parete: se ti affidi, ti porto in alto. Ma se cerchi scorciatoie, ti lascio cadere.

Le mani cominciarono a sanguinare. Non per colpi secchi, ma per attrito. Ogni muscolo chiedeva tregua, e ogni volta che ti fermavi il dubbio tornava: e se non ce la faccio? Ma poi pensavi al fondo. A quel silenzio che sa di marcio. Alle tue spalle solo il nulla. Tanto valeva tentare.

Anche se non fossi mai arrivato in cima, scalare era l’unica cosa che ti teneva vivo. Non sapevi cosa avresti trovato lassù. Forse un panorama. Forse un altro baratro. Ma ogni passo era un frammento che tornava al suo posto.

Il senso non era nella vetta.

Era in quella salita che continuava a chiederti verità.

E adesso, con le nuvole basse che coprono il pendio, sai che non stai più guardando la scalata da fuori.

La roccia pulsa sotto le tue mani. Respira con te.

Non c’è vetta da raggiungere. Solo un tempo che ti scava, senza fine.

E nel nulla che ti accompagna, una voce continua a chiamarti per nome.

Non sai se provenga da dietro di te, o da un punto molto più alto di dove ti trovi ora.

Aldo Palmeri

👉Rileggi le parti 1, 2 e 3

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