Il rumore dei piatti, le risate dei miei nipoti che corrono intorno al tavolo e il profumo del sugo della domenica riempiono la stanza. Siamo tutti qui, riuniti come sempre. A un certo punto mio figlio devia il discorso sul gossip del quartiere: parla di una nostra conoscente che ha appena deciso di lasciarsi con il marito. I ragazzi commentano, scherzano sulla facilità con cui oggi ci si separa, mentre io continuo a servire il caffè in silenzio, osservando le loro vite così piene di una spensieratezza che a me è sempre stata negata.
La retorica dei vecchi tempi
Dal capotavola, mio marito si schiarisce la voce con la solita autorità. «Ai nostri tempi il divorzio non era così frequente», dice fiero, guardando i ragazzi con aria di rimprovero. “Le coppie erano serie, sapevano cosa significasse il sacrificio. Guardate me e vostra nonna: stiamo insieme da quasi cinquant’anni. Questa è la vera famiglia”. I nipoti annuiscono ammirati, vedendo in noi un monumento all’amore eterno. Io accenno un sorriso d’ordinanza, ma dentro di me sento un brivido freddo e un nodo allo stomaco che conosco fin troppo bene.
Il buio dietro il sorriso
Mentre lui si prende il merito di questo mezzo secolo, la mia mente viaggia indietro nel tempo, tra le ombre di questa stessa casa. Stavamo insieme, sì, ma solo perché io non avevo scelta. Nessuna risorsa, nessuna via di fuga. Ricordo perfettamente le notti in cui lui tornava a casa ubriaco, con gli occhi alterati dalla rabbia. Ricordo i colpi, le umiliazioni, il sapore del sangue in bocca e il terrore di svegliare i bambini. Il giorno dopo dovevo coprire i lividi, stare zitta e rispondere a tutti con un sorriso perfetto. Non potevo mai dire di no.
Nessuna voce in capitolo
Anche il mio stesso corpo non mi apparteneva. Mi sarei fermata volentieri al secondo figlio, a mio figlio Mario; il mio corpo era stanco, la mia mente stremata. Ma lui voleva una famiglia più numerosa per mostrare al paese la sua virilità, e così mi ha costretta a farne altri due. Non ho mai avuto voce in capitolo su nulla: sulla mia vita, sulla mia sessualità, sul mio futuro. La nostra presunta “coppia seria” era solo una prigione di massima sicurezza in cui io ero l’ergastolana e lui il carceriere.
Il valore della libertà
Mentre sparecchio, guardo i miei nipoti e i loro smartphone. Oggi sento dire spesso che l’aumento dei divorzi è il sintomo di una società malata o sfortunata. Io, invece, penso l’esatto contrario. Questa libertà di andarsene, di dire basta e di non accettare l’infelicità o l’abuso non è una sfortuna: è una benedizione, un segno di immensa fortuna che la mia generazione ha pagato a caro prezzo. Spero con tutto il cuore che le ragazze e i ragazzi di oggi possano godere appieno di quella libertà che io non ho mai avuto, senza dover mai più barattare la propria vita in nome di un’apparenza da salvare.
Chiara Ceddia