Mi sveglio sempre un attimo prima. Mai un secondo dopo.
La mia sveglia non suona mai. La spengo in silenzio, come se qualcuno potesse sentirmi. Anche se sono solo.
Mi alzo senza fare rumore.
Mi prendo un’ora. Sempre un’ora esatta.
Preparo la colazione come fosse un rito. Ogni gesto ha il suo tempo, ogni suono il suo spazio: il sacchetto dei biscotti che crepita secco e nervoso, la moka che borbotta un profumo denso, il cucchiaino che schiocca contro la tazza.
Nel taglio preciso della lama contro il pane c’è una musica che nessun altro sembra sentire. Io la conosco tutta.
In quell’ora non succede nulla.
Più precisamente, nulla che si veda.
Ma è proprio lì che succede tutto.
Quando poso la tazza, guardo l’orologio. Sempre alla stessa ora.
È il momento in cui, da qualche parte, qualcosa si muove.
Io non lo controllo più.
Succede.
Una sveglia.
Un’altra.
Poi una terza. E una quarta.
Le sento tutte.
Suonano senza che nessuno le spenga.
Rimbombano nei muri, si accavallano nei timpani, mi colano dentro.
Perché nessuno le spegne? Perché tutti restano avvolti in quel torpore che li rende incapaci di scelta? Lo so, lo capisco: il sonno è un pozzo
nero. E quel buio mi ricorda cose che voglio dimenticare.
Nessuno si alza. Nessuno le spegne.
È come se ogni mattina ci fosse un piccolo atto di guerra contro di me.
Una violenza sottile, ripetuta, meccanica.
Ogni porca maledettissima mattina.
Li sento nei letti, immobili, a galleggiare in quella nebbia schifosa tra
sonno e apatia.
E io…io… non sai cosa gli farei.
Uno per uno. Con le mani. Con i denti.
Li strapperei da quel torpore con una furia che non controllo più.
Li sveglierei uno ad uno, davvero, anche solo per vedere la paura nei
loro occhi.
Anche solo per un attimo.
Perché se la paura scorre anche in loro, allora so che non sono solo io a portare certe cose addosso.
Il primo si alza.
Poi un altro, e un altro ancora.
La casa si rianima, lentamente.
Rumori d’acqua, passi incerti, porte che sbattono.
La vita ricomincia. Quella che chiamano “normalità”.
Normalità? Normalità di cosa?
È in quel momento che torno al mio posto.
Mi aggiusto la camicia, indosso lo sguardo di sempre. Quello che va bene.
Raccolgo le briciole, do un’occhiata all’orologio, dico una frase qualunque a chi mi passa affianco.
Sono di nuovo lui: quello affidabile, quello a cui si può chiedere.
Quello che non sbaglia mai.
Il silenzio, quello reale, non c’è più.
Eppure dentro, qualcosa urla ancora.
C’è una voce, dentro. Una sola voce.
Che ogni giorno si alza un po’ di più.
La seppellisco.
Ogni mattina.
Con precisione. Con cura, con metodo.
Ma so che non basterà per sempre.
Perché quel fuoco sotto la cenere non si è mai spento.
E non è nemmeno mio.
È più antico.
Viene da lontano.
Da un tempo molto prima di me.
Da qualcosa che mi ha scelto per tornare. E che sta aspettando.
A volte cerca di dirmi qualcosa, ma non usa parole: è come un gemito nella gola, un pensiero che mi attraversa come una lama di rasoio.
Alcune notti la sogno: un corridoio di stanze tutte uguali, porte chiuse, un orologio fermo alle sette. Io cammino e lascio tracce sul pavimento.
Ogni porta che apro è una tacca in più sulla parete della memoria.
Siamo in tanti qui, eppure la solitudine ha preso posto tra queste stanze. Ognuno si chiude nella propria e pensa di essere al sicuro. Ma non è così. La verità è che quando la mia attenzione si fissa su qualcuno, riesco a distinguere quella stessa voce che porto dentro. La sento covare anche in loro, nascosta sotto le loro piaghe quotidiane. E quando la riconosco, il mio corpo reagisce come se fosse un circuito che si richiude. Non posso farne a meno
Estratto da “RossOscuro” – Aldo Palmeri