Quando ho lasciato il Marocco per seguire mio marito in Italia, credevo di camminare verso un futuro di condivisione. Invece, le mura della nostra casa sono diventate una prigione di silenzio e violenza. Per anni ho subito i suoi colpi, le sue umiliazioni e la sua pretesa di controllare ogni mio respiro. La ferita più profonda, però, me l’ha inflitta la mia stessa famiglia d’origine. Quando, disperata, ho telefonato a casa per chiedere aiuto, dall’altro capo del filo ho ricevuto solo porte sbattute in faccia: “Sopporta”, mi dicevano, “è tuo marito, il tuo dovere è obbedire”. Mi sono ritrovata completamente sola, schiacciata tra la brutalità di un uomo e l’abbandono di chi avrebbe dovuto proteggermi.
La via della salvezza
Mio marito usava la religione come un’arma, distorcendo i testi sacri per giustificare la sua rabbia e la sua sete di dominio. Mi ripeteva che la mia sottomissione era un obbligo divino. Ma nel profondo del mio cuore, sapevo che mentiva. Sentivo che il Dio in cui credevo non poteva volere il mio annientamento. La notte in cui ha minacciato di togliermi la vita, ho capito che restare avrebbe significato morire due volte. Ho pianificato la fuga con l’aiuto di una rete clandestina di supporto. Ho dovuto fare la scelta più dolorosa: recidere ogni legame con il passato, fuggire in un’altra città e cambiare legalmente identità. Sono sparita nel nulla, rinata sotto un nuovo nome per poter semplicemente continuare a esistere.
Un Islam di pace
Cancellare il passato non ha significato cancellare chi sono. Molti pensavano che, per salvarmi, avrei rinnegato le mie radici. Invece, ho scelto con orgoglio di continuare a essere una donna musulmana. La mia fede è stata la mia ancora di salvezza, la forza che mi ha permesso di non cedere al rancore. L’Islam che porto nel cuore è una religione di amore, rispetto, giustizia e compassione. Nessun dogma autentico legittima la violenza domestica, l’abuso o la svalutazione di una donna. Chi usa la parola di Dio per alzare le mani o per privare un essere umano della propria dignità sta solo compiendo un sacrilegio per coprire le proprie frustrazioni.
Una nuova missione
Oggi la mia vita ha un significato profondo. Lavoro come mediatrice culturale e collaboro attivamente con un centro antiviolenza, dedicando ogni mia energia ad aiutare donne e giovani ragazze, specialmente straniere, che si trovano intrappolate nello stesso incubo che ho vissuto io. Quando le guardo negli occhi, rivedo me stessa: smarrite, terrorizzate e convinte di non avere una via d’uscita. Le accolgo, offro loro un rifugio sicuro e, a chi condivide il mio percorso spirituale, ricordo sempre una verità fondamentale: non dovete scegliere tra la vostra fede e la vostra libertà.
Il diritto di respirare
Uscire dall’ombra è stato difficile, ma ogni sacrificio ha trovato un senso il giorno in cui ho capito di non avere più paura. Alle ragazze che incontro oggi dico che il silenzio è il miglior alleato del carnefice e che la famiglia non è quella che ti impone di subire, ma quella che ti sostiene mentre impari a volare. Chiedere aiuto non è un disonore, è il più grande atto di coraggio e di fede verso sé stesse. La violenza non ha religione, e la nostra vita vale più di qualsiasi falsa tradizione.
Chiara Ceddia