Non si erano promessi niente. Eppure, Nadia aspettava.
Nessuna regola.
Nessuna scadenza.
Nessun patto da mantenere.
Ogni volta che il telefono vibrava, sperava che fosse lui. Anche solo un messaggio. Un’ora rubata. Un gesto, piccolo ma reale.
All’inizio ne parlava con le amiche.
«È un uomo complicato. Ma diverso.»
«Con lui anche il silenzio pesa.»
Poi ha smesso.
Ha smesso di raccontare.
Quando le chiedono se lo sente ancora, sorride.
«Ogni tanto,» dice.
Ma non è vero.
È lei che lo cerca. Lui mai.
Lei che scrive.
Lei che inventa scuse per restargli vicina senza farsi notare.
Ogni tanto risponde.
Sempre in ritardo.
Con parole leggere, educate, mai intime.
Un modo per dire: ci sei, mi va bene così, ma non disturbare.
Lei continua.
Non sa nemmeno perché.
Non aspetta più niente.
Eppure non riesce a lasciarlo andare.
L’ha visto l’ultima volta più di tre mesi fa.
Un pranzo.
Una passeggiata breve.
Poi una stanza d’albergo con le finestre chiuse e la televisione accesa a
basso volume.
Lui era nervoso, distratto.
«Non complicarmi la vita,» ha detto.
Mentre lei si rivestiva, le ha sfiorato la schiena.
«Scusami,» ha sussurrato.
Nadia ha annuito.
Non ha chiesto nulla.
Ha preso la borsa, gli ha dato un bacio ed è uscita senza voltarsi.
Quella sera gli ha scritto.
Un messaggio lungo, pieno di parole che teneva dentro.
Lui ha visualizzato due giorni dopo.
Non ha risposto.
Nadia continuava a pensarci ogni giorno.
Non sempre con dolore.
Spesso bastava un profumo, una parola, un frammento di tempo in cui esistevano tutte le possibilità.
Lui che le chiudeva il cappotto.
Lui che le sistemava i capelli con due dita.
Lui che guardava fuori dalla finestra,
come cercando la via per sparire.
Ha conservato tutto:
i messaggi,
le foto,
la prenotazione di quel primo albergo,
un biglietto del treno,
lo scontrino di una cena.
Ogni tanto rilegge.
Non per riaprire qualcosa.
Ma per ricordarsi com’è fatto un momento che non si può dimenticare.
Quando dentro di sé lo chiama, usa il suo nome.
Lui non è suo.
Non lo è mai stato.
Eppure, non cambia niente.
Ha imparato a vivere con lui.
Con o senza di lui.
A non aspettare più segnali.
A passare le giornate senza che le manchi troppo.
Quasi sempre ci riesce.
Quella notte ha sognato che tornava.
Non parlava.
Era seduto sul divano, le braccia aperte.
Nadia si è svegliata con le mani fredde e la gola secca.
Ha preparato il caffè.
Ha fatto colazione in piedi.
Ha aperto le finestre.
Voleva scrivergli.
Solo due righe, leggere.
“Ti ho sognato.”
Ha pensato che non fosse il caso e ha spento il telefono.
Nel pomeriggio è uscita.
Un vestito chiaro, un filo di trucco.
Scarpe basse.
Ha camminato fino al parco, si è seduta su quella panchina.
Ha guardato i bambini giocare.
Ha acceso una sigaretta, dopo otto mesi senza fumare.
Ha osservato il cielo cambiare colore, piano.
Quando si è alzata,
si è sentita leggera.
Non perché Paolo fosse sparito dai suoi pensieri.
Ma perché quei pensieri non facevano più male.
Lui non tornerà.
Lei non lo dimenticherà.
E in quel ricordo,
dove il tempo non ha futuro,
Nadia continuerà ad amarlo.
Come si ama solo ciò che non ha avuto tempo di diventare vero.
Aldo Palmeri