Per anni ho subito i tuoi colpi in silenzio. Le mie giornate erano scandite dal rumore dei tuoi passi pesanti nei corridoi, dal terrore di un tuo sguardo storto, dai lividi che nascondevo sotto strati di trucco e maniche lunghe. Sopportavo, convinta che prima o poi saresti cambiato, o forse solo troppo paralizzata dalla paura per scappare. Avevo imparato a fare da scudo, a catalizzare tutta la tua rabbia su di me pur di proteggere l’unica cosa preziosa che avevamo costruito insieme: nostra figlia.
La linea invisibile
Ma una sera quella barriera invisibile è crollata. Non ti sei accontentato di me. Hai alzato le mani su di lei, che ha solo sei anni. Sentire le sue urla di terrore e vederla rannicchiata contro il muro, mentre incombevi su di lei con la stessa furia cieca che conoscevo fin troppo bene, ha risvegliato in me una forza che non pensavo di possedere. Non c’era più spazio per la paura o per la sottomissione. In quel momento non ero più una vittima: ero una madre che doveva salvare la vita di sua figlia.
La frazione di secondo
Mi sono avventata su di te. È iniziata una colluttazione violenta, disperata, corpo a corpo. Mi spingevi, mi stringevi le mani intorno al collo, e io sentivo l’aria mancare. Poi, mentre eravamo a terra vicino alla scrivania, le mie dita hanno sfiorato un oggetto: un fermacarte in marmo, squadrato e pesantissimo. L’ho afferrato. Guidata da un puro istinto di sopravvivenza, te l’ho scagliato contro la testa con tutta la furia e la disperazione che avevo in corpo. Un colpo solo, tremendo, disperato. Poi, il silenzio.
Il prezzo della salvezza
Non volevo ucciderti. Volevo solo fermarti, volevo solo che la lasciassi stare. Quando ho capito che non respiravi più, il mondo si è fermato. Oggi mi trovo in una cella di isolamento, dietro sbarre di ferro che tolgono il fiato. Le giornate qui dentro scorrono lente e grigie, ma la mia mente non è in questa prigione. La sera, quando si spengono le luci del corridoio, guardo il soffitto e finalmente respiro. Non sento più l’ansia che mi schiacciava il petto a ogni chiave che girava nella toppa di casa.
La promessa della libertà
La mia avvocata è una donna straordinaria. Sta lottando per me con le unghie e con i denti, portando avanti la tesi della legittima difesa in modo impeccabile. Dice che le prove dei tuoi abusi passati e la dinamica di quella sera parlano chiaro: stavo salvando una bambina da un pericolo imminente. Anche se il percorso legale sarà lungo e doloroso, non ho rimpianti. Mia figlia ora vive con mia sorella, è al sicuro, sorride e non deve più nascondersi sotto il letto. Io ho perso la mia libertà temporaneamente, ma ho regalato a lei una vita intera. E questo vale ogni singolo giorno di galera.
Chiara Ceddia