Ci sono persone che passano nella nostra vita come meteore e altre che, con la forza discreta di un libro aperto, ne cambiano per sempre la traiettoria. Per me, e per l’intera comunità culturale di Varese, Pietro Macchione è stato molto più di un editore: è stato colui che ha saputo vedere il fuoco dove altri vedevano solo scintille.
Oggi, nel salutarlo, non posso che scindere il mio ruolo di Direttrice da quello di scrittrice. Se oggi posso firmare queste righe, se la mia voce ha trovato spazio sugli scaffali e nelle case di tanti lettori, lo devo alla sua rara capacità di rischiare.
L’inizio di tutto: La ricetta della felicità
Ricordo ancora l’emozione di quando Macchione decise di scommettere sul mio esordio. Con la pubblicazione di “Qual è la ricetta della felicità?”, non mi ha solo consegnato le bozze di un romanzo; mi ha consegnato le chiavi di una carriera. Macchione non cercava solo “prodotti editoriali”, cercava storie che avessero un’anima, che sapessero parlare alla pancia della sua amata terra varesina senza perdere lo sguardo verso l’universale.
In quel libro cercavamo insieme una ricetta, e lui mi ha insegnato che l’ingrediente principale è sempre il coraggio di narrare.
Il soffio del talento: Fuoco e Aria
Il nostro legame si è consolidato con “La storia di Fuoco e Aria”. Un progetto diverso, più maturo, dove la sua guida è stata fondamentale per dare forma agli elementi. Pietro Macchione aveva questo dono: sapeva quando essere l’editore rigoroso e quando diventare il complice silenzioso di un’idea. Sapeva che ogni scrittore è un condominio di emozioni spesso disordinate, e lui, con la sua eleganza d’altri tempi, riusciva sempre a riportare l’armonia nel testo e nel cuore.
Un’eredità che resta tra le righe
La perdita di Pietro Macchione lascia un vuoto incolmabile nelle librerie e nei caffè di Varese, dove lo si poteva incontrare intento a scovare il prossimo talento o a difendere l’identità di un territorio che amava profondamente. Ma un editore, per fortuna, non muore mai del tutto. Vive in ogni dorso colorato, in ogni dedica scritta a penna sul frontespizio, in ogni giovane autore a cui ha detto: “Sì, questa storia merita di essere letta”.
Caro Pietro, grazie per aver creduto nella mia “felicità” letteraria e per aver alimentato il mio “fuoco” – anzi, la mia “Aria”.
Grazie anche da parte dei personaggi che mi hai permesso di far vivere: Laura, Michele e Arianna, alla costante, imperterrita ricerca della ricetta della Felicità. Gabriele, Arminto, Eli e Chiara, il Bene che sconfigge il Male grazie alla forza nascosta in ognuno di noi, a quella parte libera, quell’energia che solo i sentimenti più puri fanno emergere.
Noi continueremo a scrivere, a pubblicare e a sognare, proprio come ci hai insegnato tu: con i piedi piantati nella nostra terra e la testa persa tra le pagine di un futuro ancora da raccontare.
Giulia Nicora