“Mattina di Natale” è il nuovo racconto di Aldo Palmeri, già autore della nostra rubrica Il Vento Dentro.
Luino dormiva sotto venti centimetri di neve fresca e ogni cosa pareva assopita sotto un lenzuolo bianco, come se persino il tempo avesse deciso di prendersi un giorno libero.
Stava aspettando che facesse luce, rigirandosi più volte a guardare il display digitale sul comodino.
Alle sette in punto la radiosveglia si accese sull’ultima stazione registrata.
«Ben svegliati e Buon Natale. Come qualcuno di voi avrà già apprezzato, la nevicata tanto attesa è arrivata sul Varesotto: tetti imbiancati come non si vedeva da tanti anni a questa parte. Disagi si segnalano sulla tangenziale di Varese. Gli spazzaneve sono all’opera per ripristinare la circolazione, mentre i mezzi spargisale….»
Si tirò su con il busto e sgranchì le braccia, sbadigliando più per abitudine che per reale sonno. Era in dormiveglia da un paio d’ore.
Si alzò e si fece la barba. Poi un caffè. Senza zucchero.
Quando mise la tazzina nel lavello si fermò e si guardò attorno. La voce bassa della radio arrivava dal corridoio.
Tolse il pigiama e indossò i vestiti del giorno prima.
Poi prese il cappotto e uscì. Non sopportava l’idea di restare chiuso in casa a guardare i muri. Sentiva il bisogno di camminare.
Arrivato al portone si accorse che non c’erano orme.
La cosa gli fece più piacere del previsto.
Chiuse il portone, alzò il bavero del giaccone e si sistemò la cuffia di lana della Colmar, tirata fuori da un cassetto dopo anni.
Si incamminò lungo viale Amendola con l’idea di scendere sul lungolago.
Le luci gialle creavano aloni tremolanti nella neve che scendeva lenta; il cielo, di un grigio tortora innaturale, sembrava la scenografia di un posto che non esisteva più.
Gli unici rumori erano lo scricchiolio dei suoi passi
e un bip lontano, regolare, che arrivava da chissà dove.
Aveva messo gli scarponi buoni, suola Vibram, gli stessi che usava da ragazzo in montagna.
E i calzettoni verdi del militare, un po’ lisi, ma ancora capaci di fare il loro dovere.
Solo un pezzo di vita che gli era rimasto attaccato ai piedi. Niente di più.
Si accorse che quel silenzio non era affatto quiete.
C’era qualcosa, sotto.
Qualcosa che si muoveva.
Mancava qualcosa.
O forse qualcuno.
Di solito il vento veniva dal lago e gli tagliava il viso.
Quella mattina no.
Alzò il mento, come in attesa.
Niente.
Solo fiocchi che cadevano lenti, come foglie morte.
Si posavano ovunque, cancellando tutto: strade, marciapiedi, i pensieri che cercava di spingere via.
Camminava a testa bassa.
I fiocchi gli cadevano sulla nuca, sciogliendosi subito, freddi come lacrime che nessuno ha mai visto scendere.
Il lago era davanti a lui, oltre la strada che costeggiava la riva, ma non si vedeva, nascosto da una caduta di neve così fitta da sembrare un campo di battaglia.
I cristalli scendevano uno per uno, dispersi, come paracadutisti lanciati in un posto sbagliato, in una mattina che nessuno aveva chiesto.
Si fermò, lasciando che il silenzio gli cadesse addosso.
Pensò che forse non era diverso da quei cristalli: anche lui sceso da chissà dove, in un posto che non aveva scelto,
convinto di andare da qualche parte
e invece fermo, alla deriva.
E mentre i fiocchi scendevano, gli venne da chiedersi quando aveva perso la bussola.
Quando si era ritrovato lì, solo, in mezzo a tutto quel bianco.
In mezzo alla gente invisibile.
Senza riuscire a sentirsi parte di niente.
Un paracadutista, già.
Che atterra vicino agli altri, ma ognuno cade per conto proprio.
Da lontano gli arrivò un borbottio sommesso, il motore di qualcosa che faticava nella neve.
Poi di nuovo il silenzio, così pieno che sembrava inghiottire ogni cosa.
Arrivò alla rotonda dei Pescatori e attraversò la strada imbiancata. Voltò verso nord, seguendo l’istinto più che una destinazione.
Camminava in mezzo a quello che il giorno prima era stato il mercatino di Natale.
Le casette di legno erano chiuse, le luci spente, i cartelli umidi di neve.
Tutto era sparito in una notte.
Restavano solo sagome vuote, come se nessuno fosse mai passato di lì.
La nevicata gli mangiava il mondo un metro alla volta.
La strada e il marciapiede non c’erano più.
Tra due file di lampioni, dietro il muro bianco, si intuiva appena l’AVAV e più in là Palazzo Verbania.
La neve inghiottiva i rumori.
E tutto il resto.
Fu lì che notò una macchina ferma a lato della strada, quasi inghiottita dalla neve.
Il motore saliva di giri senza avanzare, le ruote slittavano, scavando pozze scure nel bianco.
Il muso oscillava, come se cercasse una via d’uscita che non c’era.
Osservò la scena per un attimo.
Nessuno in giro. Nessuna voce.
Solo lui e quella macchina che si contorceva nella neve.
Dal lato di guida scese una donna.
Il cappotto chiaro si riempì di neve in pochi istanti.
Agitò le braccia davanti al muso dell’auto, poi si fermò, le spalle piegate.
Chiuse la portiera con l’anca.
Aprì il bagagliaio e frugò dentro.
Trovò una valigetta gialla, la tirò fuori e la posò a terra.
La neve ne soffocò il colpo.
Sparì dietro la fiancata.
Per un attimo si videro solo le sue gambe, piantate nella neve,
poi il corpo piegato ricomparve dall’altro lato dell’auto.
Si chinò di nuovo, quasi fino a sfiorare il paraurti con la fronte.
Le dita frugavano nella neve, tra i segmenti della catena che continuavano a scivolare.
Il metallo rimbalzò una volta, due, contro l’asfalto.
Lei lo raccolse senza alzare la testa.
I capelli, bagnati, le si attaccavano alle guance.
Provò ancora. Un gancio, poi l’altro.
Di nuovo le dita fallirono.
Le nocche strusciarono contro lo pneumatico. Rimase una striscia rossa.
Non si guardò intorno.
Era lì, sola, dentro quel piccolo cerchio di neve scavato dai suoi stessi movimenti.
La neve le cadeva sulla schiena,
strato dopo strato.
Lui si fermò a una decina di metri.
La guardò rialzarsi, tirare un sospiro corto,
e tornare a chinarsi, come se quel gesto minuscolo fosse l’unica cosa che contava.
Nessun’altra macchina.
Nessuna voce.
Solo lei, e un lavoro che non voleva saperne di finire.
Lui fece un passo.
Poi un altro.
Il terzo gli uscì da solo.
La donna lasciò cadere la catena sulla neve.
Un rumore metallico, soffocato dal bianco.
«Ma porca…»
Il resto si sciolse nel vapore del fiato.
Provò di nuovo: infilò una mano sotto la ruota, la ritrasse subito, scuotendola per il freddo.
La catena le scivolò via un’altra volta.
Si alzò di scatto e diede un calcio alla neve. Non forte, ma abbastanza da far capire che qualcosa dentro stava cedendo.
Avrebbe potuto tirare dritto.
L’aveva fatto mille volte.
Invece restò lì un battito in più, giusto il tempo di vedere la catena cadere di nuovo.
Poi fece un altro passo.
Non un passo deciso: un passo che gli uscì addosso.
Si avvicinò piano,
come si fa quando non si vuole spaventare un animale già nervoso.
Lei lo vide arrivare di lato e si drizzò subito, tirandosi il cappotto addosso.
Gli occhi stretti, a valutarlo.
Non disse nulla.
Ma la postura bastò.
Lui si fermò a un metro.
Si schiarì la gola, come chi non usa la voce da troppo tempo.
«Guardi… io sono certo che ce la fa anche da sola.»
Il mezzo sorriso gli uscì storto, non voleva sembrare uno sberleffo.
«È solo che… se me ne vado via così, senza darle una mano, mi sento uno schifo.»
Lei lo fissò per lunghi secondi.
La neve le si era raccolta sulle ciglia, facendole socchiudere appena gli occhi.
Inspiró piano, le narici tremavano,
come per tenere a bada qualcosa:
orgoglio, diffidenza, o entrambe.
Non disse niente.
Non un cenno, non uno spostamento del peso.
Solo quella immobilità che diceva: “Me la cavo da sola.
Non ho bisogno di te.”
Lui, non ricevendo risposta, fece un passo per allontanarsi.
Alzò le mani.
«Va bene, va bene. Se sono di troppo, vado. Non voglio romperle…»
Lei abbassò lo sguardo verso la catena.
Poi verso le sue dita arrossate.
Rimase così un istante, trattenendo il fiato.
Un’esitazione piccola, sufficiente a far capire che non ce la faceva più da sola.
O che non voleva più farcela da sola.
Anche se non lo avrebbe detto mai.
Lui si voltò per andarsene.
Lei fece un mezzo passo.
«Aspetti.»
Poi, dopo un attimo:
«Lei… sa come si mettono?»
Si girò verso di lei, senza fretta.
La vide lì, lo sguardo tagliente e il fiato corto per l’irritazione più che per il freddo.
«Più o meno,» disse.
Gli angoli delle labbra di lei si mossero appena.
Non un sorriso: un cedimento.
Si spostò di lato, lasciando libera la ruota.
«Allora… se non le dispiace…»
Lui annuì.
Si inginocchiò nella neve.
Lei tirò indietro i capelli con un gesto nervoso, come chi non vuole far vedere che è un sollievo.
Lui afferrò il primo gancio e lo fece scorrere sotto la ruota.
Lei si accovacciò accanto, ma lasciò che fosse lui a lavorare:
teneva solo la catena sollevata.
«Giornata storta?» mormorò lui, senza guardarla.
Lei rise senza ridere.
«Natale.»
Bastò.
Dentro quella parola c’era tutto: il peso, l’obbligo, la corsa.
E quella parte che ognuno finge di non sentire.
Lui si fermò un attimo e si girò verso di lei.
La vide con le mascelle contratte, lo sguardo duro.
Tornò alle catene.
Il metallo gli gelava le dita.
«Va dai suoi?»
«Sì. E sono in ritardo.»
Si passò una ciocca dietro l’orecchio; la mano tremava leggermente.
«È… uno dei pochi giorni liberi. E bisogna…» fece un gesto vago con la mano, come a scacciare un pensiero.
«Dobbiamo essere tutti… contenti.»
La parola le uscì come un bottone che salta.
Lui tirò il secondo gancio.
Scattò subito.
Rimase un attimo lì, in silenzio.
Poi, con voce bassa, come se gli costasse:
«Capisco.»
Lei lo guardò di lato.
«Anche lei?»
La neve gli si raccoglieva sulle spalle, sciogliendosi piano.
«Fino all’anno scorso sì.»
Inspirò, un respiro che pareva non voler uscire.
«Quest’anno no.»
Lei rimase in silenzio.
Fece solo un piccolo movimento del capo,
come per dire: ricevuto.
Nient’altro.
Lui finì di chiudere la catena e si rialzò.
Lei lo imitò, spolverandosi la neve dalle mani.
Per un attimo rimasero lì, uno accanto all’altra, senza dire niente.
Lei fissò il bianco davanti a sé.
«Sa…» fece appena, quasi a se stessa. «Non è poi così vuota, la sua mattina.»
Non lo guardò mentre lo diceva.
Non era un grazie.
Era solo il massimo che riusciva a concedere.
Lui girò la testa verso di lei.
Non sorrise, ma negli occhi qualcosa si mosse.
«Perché?»
«Ha dato una mano a una sconosciuta,» disse lei, stringendosi nelle spalle. «Non capita spesso. Tutto qui.»
Lui abbassò lo sguardo sulle catene tirate.
«Avevo bisogno di sentire…»
Si toccò il petto con un dito, appena.
«…che servivo ancora a qualcosa.»
Lei lo guardò.
Poi fece un cenno, corto.
«Be’, oggi è così.»
La neve cadeva lenta.
La macchina era pronta a partire.
Loro due, per un momento, quasi.
Lei raccolse la valigetta e la rimise nel bagagliaio.
Chiuse il portellone con un colpo secco.
Si sistemò una ciocca bagnata dietro l’orecchio,
poi si voltò verso di lui.
«Non so come sdebitarmi.»
La frase le uscì troppo formale, quasi stonata.
Fece un mezzo sorriso, corto.
«Se capita…»
Lasciò la frase aperta nell’aria, senza un seguito.
Gli occhi le scivolarono altrove, come se parlasse più al vuoto che a lui.
«Io, la mattina… passo spesso al Clerici. Un caffè e via.»
Un altro silenzio. Lungo.
«Se vuole.»
Lui annuì appena.
Una cosa debole, incerta.
Non era un sì.
Non era un no.
Era tutto quello che gli venne.
Lei aprì la portiera.
«Buon Natale,» disse.
La voce era quella di chi lo dice perché si dice.
Il motore tossì, poi si accese.
Lui abbassò appena il capo.
«Ah… già. Buon Natale.»
Gli uscì come una cosa che non sapeva dove mettere.
Le ruote presero la neve con cautela, poi la macchina si staccò dal bordo della strada e si avviò piano, lasciando due tracce che qualcosa cercava già di cancellare.
Lui rimase fermo finché i due punti rossi non sparirono dietro la curva.
Poi alzò il bavero del giaccone, infilò le mani fredde nelle tasche profonde
e riprese la marcia.
La neve continuava a cadere.
Il silenzio pure.
E lui ci camminava dentro.
Aldo Palmeri