Tom stava per mettersi il giubbotto per uscire quando Jack lo afferrò per il polso.
La presa fu più forte di quanto il suo corpo magro come un chiodo potesse fare pensare.
«Non andare. Fermati un attimo.»
«Che c’è Jack?»
«Dai, mettiti a sedere», disse. «Quello che ho da dirti non può passare come un sottotitolo del telegiornale o uno spot alla radio.»
Tom si voltò infastidito, era di fretta. «Cosa vuoi dirmi?»
«Ho un peso addosso. E tu mi devi aiutare.»
«Io? Perché?»
Jack inspirò lentamente, come se stesse preparandosi a una immersione in apnea.
«Perché tu fai parte della storia.»
«Di che diavolo stai parlando?» Provò a liberarsi, ma Jack non mollò la presa.
«Siediti. Dai. Non ci vorrà molto.»
Tom prese la sedia che l’amico gli aveva accostato e si mise a sedere, più per sfinimento che per vero interesse.
Jack si avvicinò alla grande finestra che guardava sul cortile e chiuse le tende, una a una, gettando lunghe occhiate verso l’esterno.
Quando si girò, aveva il volto che sembrava una cera.
«È di Meggy che devo parlarti.»
Fece una pausa.
«Di lei.»
Tom si mise in piedi di scatto. «Che problema hai con lei?»
Jack gli si avvicinò. L’alito gli tremava.
«Io l’ho vista. Non è… Non è quella che conosci tu.»
Un’ombra cadde tra loro.
Tom sbiancò, ma Jack non gli diede tempo di reagire.
«E lei sa che l’ho vista.»
Tom sbuffò e tornò a sedersi.
«Ma piantala, Jack. Ancora la stessa storia. Ma cosa hai contro di lei? Non vorrai mica dirmi come devo vivere?»
Jack non arretrò.
«Non è questo. Devi solo ascol…»
Tom si alzò.
«No, senti,» lo interruppe, puntandogli un dito contro il petto.
«Tu hai sempre un’opinione su tutto. Su chi frequento, su cosa faccio, su come passo le mie serate. Ti rode, vero? Ti brucia che io stia bene con una donna e tu non hai nessuno? È questo il tuo problema?»
Jack accusò il colpo.
«Non farmi passare per geloso. Sto cercando di salvarti.»
«Da cosa, eh?», rise secco l’amico.
«Da una donna? Ma falla finita. Ti stai inventando stronzate per…non so nemmeno perché.»
Jack gli prese la mano e la abbassò, avanzando di un passo verso di lui, con le mani aperte.
«Tom, per favore. Mi conosci da vent’anni. Mai e poi mai ti metterei contro qualcuno senza un motivo.»
«E allora qual è?», sbottò Tom.
«Quale cazzo sarebbe questo motivo? Eh?»
Jack esitò un attimo. Fu quell’attimo a incrinare l’arroganza dell’amico. Tom si irrigidì.
«Quello che ho visto non…non dovrebbe…,» disse Jack piano.
«Non volevo dirtelo così. Non è quel che credi.»
Tom si portò una mano alla nuca, strofinandosi i pochi capelli che gli restavano.
«Jack, basta. Non mi fai ridere.»
L’amico gli afferrò di nuovo l’avambraccio, ma stavolta senza la forza di prima.
«Tom, aspetta. Per favore. Poi se vuoi non ti parlo più. Sparisco. Ma, ti prego, ascoltami.»
Tom lo fissò di traverso. Quel tono… Era strano, non l’aveva mai sentito parlare in quel modo.
«Cosa vuol dire che non è quello che credo?»
«Vuol dire che io l’ho vista senza….»
Tom si irrigidì. «Ma che cazzo dici? Ti sei messo a spiarla?»
«No, ma cosa pensi?» Jack scosse la testa.
«Lo so che sembra così assurdo. Ma Tom, io l’ho vista.»
Un silenzio elettrico rimase sospeso tra loro.
Tom distolse lo sguardo, poi lo riportò sul volto dell’amico.
«Jack… tu sei pallido come un cadavere. Stai bene?»
«Già, forse sono un cadavere», sussurrò lui.
Tom prese un bel respiro.
«Ti giuro che se mi stai prendendo per il culo, te la faccio pagare.»
Jack chiuse gli occhi un istante, come chi sta aprendo una porta proibita.
«Vorrei solo che non fosse la verità. Ma lo è.»
Si portò le mani tremanti sul volto, come se stesse cercando il coraggio da qualche parte, là, sotto la pelle.
Tom, seduto sul bordo della sedia, non riusciva più a staccare gli occhi da lui.
«È successo tre sere fa,» iniziò Jack, fissando un punto indefinito tra le sue ginocchia e il pavimento.
«Ero venuto a casa tua per riportarti quel trapano che mi avevi prestato. Non rispondevi. E così ho bussato. La porta era socchiusa.»
Tom sgranò gli occhi. «La porta? È sempre chiusa, Jack. Lo sai.»
«No. Non quella sera.»
Jack si inumidì le labbra.
«Sono entrato. Ti ho chiamato due volte. Ma non rispondevi. Poi…però ho sentito un rumore in salotto.»
Il silenzio si abbatté come un peso.
«Era nel corridoio,» continuò con la voce più bassa.
«Chi?»
«Meggy.»
«E allora? Ci abita in quella casa.»
«L’odore… Dio…fa male solo a ricordarlo.»
Tom inclinò la testa, stringendo gli occhi. Una piega si formò sulle sue labbra chiuse.
«E qualcosa che si muoveva. Nell’ombra.»
Tom strinse i pugni. «Smettila con queste cazzate!»
Jack proseguì. «Era piegata verso terra, di spalle.»
Deglutì.
«Sapeva che ero lì.»
Si fermò un secondo, prendendo fiato.
«Qualcosa si è mosso davanti a lei. E poi ha detto una cosa.»
Tom si sporse in avanti. «Cosa?»
Jack lo guardò, esausto. «“Non dirgli niente.”»
La stanza sembrò stringersi intorno a Tom.
Scosse la testa, senza troppa convinzione.
«Ma che significa? Che vuoi dire?»
«Lo so che è difficile da credere, ma ho visto la luce…Passava oltre. Capisci?», balbettò Jack.
«Era lì. Ma non era lì.»
La voce di Tom si incrinò. «Ma che stai dicendo?»
Jack lo fissò. «Che lei non è…»
Tom si alzò, scaraventando la sedia. «Ok, basta. Ho capito: hai ripreso a farti? Eh?»
Jack rimase immobile, colpito da quel colpo sotto la cintura.
«Che… cosa?»
«Hai giurato che avevi chiuso. E adesso mi vieni a raccontare questa puttanata? C’è, non c’è… Ma ti rendi conto?»
Jack aprì la bocca, ma non uscì niente.
«Cristo, Jack!» sbottò Tom, spingendosi una mano nei capelli.
«Hai rincominciato a farlo?»
«Non mi drogo da quattro anni.» La voce di Jack era un filo.
«Lo sai. Ho cambiato vita.»
«Sì, certo. Come no?» Tom fece un gesto sprezzante con la mano.
«E allora eri ubriaco marcio.»
«Neanche quello.», replicò Jack sollevando lo sguardo.
Aveva gli occhi lucidi. Non per rabbia.
«Tom, mi fa male che tu pensi… Lo capisco… lo capisco, per come ero. Ma non merito questo adesso.»
Tom si voltò di lato, mordendosi l’interno della guancia. L’idea che Jack dicesse il vero era un rospo troppo grosso da ingoiare.
«Ma che cazzo stai dicendo, Jack?»
L’amico proseguì, più rapido, temendo di essere interrotto.
«Quando lei mi ha guardato…non mi ha guardato addosso. Mi ha guardato…dentro. Ho sentito qualcosa fermarsi. Un vuoto, come se mi avesse infilato una mano nel petto e avesse frugato dentro.»
Tom non riusci a evitare di trattenne il respiro.
«E non ho immaginato niente,» disse Jack, con voce ferma.
«Ho visto i suoi occhi diventare neri e poi….»
Tom senti un nodo allo stomaco.
Jack gli si avvicinò ancora di più.
«Ascoltami, Tom, ho paura.»
L’amico rimase in piedi. Un singolo dubbio gli scivolò lungo la schiena.
La lampada appesa al soffitto gettava un cono di luce giallastra sul pavimento. Jack rimase lì, al centro di quel cerchio, come se uscire potesse in qualche modo cambiare qualcosa.
Non sentirono la porta aprirsi.
Fu solo l’odore a tradirla. Un odore che Jack non ebbe difficoltà a riconoscere. Umido. Ferroso. Come foglie bagnate lasciate marcire in un sacchetto chiuso.
Jack chiuse gli occhi. «Sapevo che saresti venuta.»
Sentì un respiro alla sua destra. Poi un altro, proveniente da dietro la sua spalla sinistra.
«Non sei venuta per parlare, vero?», mormorò, senza voltarsi.
Un soffio di voce gli scivolò accanto all’orecchio.
Una voce che non vibrava, un bisbiglio.
«Ti ho sentito parlare, Jack.»
Lui strinse i denti. «Non potevo più portare questo peso.»
Le ginocchia di Jack cedettero, perdendo all’improvviso il senso dell’equilibrio.
Cadde in ginocchio sul pavimento.
Lei gli parlò dall’alto. «Jack…guardami.»
Lui sollevò il volto.
Poi la sua espressione si svuotò.
Come se qualcuno avesse spento tutto da dentro.
Jack rimase immobile, inginocchiato, con la testa leggermente piegata verso destra, in un’angolazione scomposta.
Quella posizione che costringe l’occhio a tornare a guardare, senza capire perché.
Tom non se ne rese conto subito.
Gli parve solo strano che Jack non rispondesse più.
Quando provò a toccarlo, sentì sotto le dita una rigidità insolita, tiepida, come se la pelle trattenesse qualcosa che non voleva essere toccato.
«Ma certo. Hai ripreso a farti…», mormorò Tom, più per convincere se stesso che per rimproverarlo.
Non diede peso a quell’odore.
Quel sentore umido, che sembrava rimanere sospeso, agganciato alla gola.
Prese il plaid dal divano e lo posò sulle spalle dell’amico, aggiustandolo con un gesto distratto.
«Dormi. Passerà.»
Prese il giubbotto e uscì dalla casa dell’amico, chiudendo la porta dietro di sé.
Ma uscendo sentì un suono breve, e si fermò sul pianerottolo.
Un rumore secco, come un oggetto che cade.
Tom si fermò.
Attese.
Niente.
Uscì.
All’alba del giorno dopo ripassò davanti alla casa dell’amico.
Non avrebbe saputo dire perché si fermò.
La porta era socchiusa.
Forse un paio di centimetri.
Decise di dare un’occhiata e si avvicinò verso l’ingresso.
Dalla fessura della porta, immersa nella penombra, c’era una figura.
Ferma.
Le braccia lungo i fianchi.
La testa inclinata, esattamente come Jack la sera prima.
Tom strinse gli occhi.
«Jack?»
La figura, molto lentamente, sollevò il mento verso il soffitto.
Come se stesse ascoltando una voce che Tom non riusciva a sentire.
Poi, senza voltarsi, fece un mezzo passo indietro e rientrò nel buio del corridoio, svanendo oltre l’angolo senza fare rumore.
La porta si richiuse da sola.
Con la stessa lentezza di una palpebra che cala quando il corpo si arrende al sonno.
Tom fissò la porta chiusa.
Non fece in tempo a chiedersi nulla.
La porta si riaprì.
«Pensavo fossi andato via, Tom.»
«Meggy. Che ci fai qui?»
Lei si avvicinò, facendo un passo verso di lui. «Sono venuta a trovare Jack. Ho visto la porta aperta e mi sono preoccupata.»
«Ah. Davvero? E come sta?»
«Jack? Sta… bene. Riposa», disse sorridendo, come se quella parola—riposa—avesse un significato che Tom non poteva capire.
Mentre lei lo tirava verso l’interno della casa, tenendolo per mano, Tom notò che la testa di Meggy era inclinata lateralmente, in un modo innaturale.
La mano di lei, stretta alla sua, gli sembrò di colpo fredda.
E per un istante, solo un istante, Tom ebbe la sensazione che la sua testa si stesse inclinando allo stesso modo.
Un movimento piccolo.
Non capì se fosse stato lui… o se qualcosa l’avesse accompagnata.
Aldo Palmeri