mercoledì, 11 febbraio 2026

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Notte al faro

Danny trovò il messaggio al tramonto, infilato sotto la porta del faro come una confessione sussurrata nel vento.

Ti aspetterò.

Ti aspetterò al buio.

Tu verrai ed io sarò lì.

L’attesa sarà ripagata.

Carta strappata da un quaderno, piegata con cura. Riconobbe subito l’odore acre di benzina che impregnava le fibre. Lo stesso odore di quella notte di tre mesi prima. Lo stesso odore che aveva sentito sulla sua barca vuota, arenata contro gli scogli. La notte che Pamela scomparve.

Le mani gli tremarono mentre ripiegava il foglio. Dopo dodici anni come guardiano del faro, pensava di aver visto tutto. Ma questo…

La porta di ferro gemette quando la spinse. All’interno, l’odore di salsedine e ruggine lo accolse come un abbraccio amaro.

Le scale a chiocciola si perdevano nell’oscurità sopra di lui, consumate al centro da migliaia di passi. I suoi, quelli dei turisti nei giorni di festa.

E quelli di Pamela.

Fino al giorno in cui smise di salire.

Un sibilo del vento gli sembrò parlare all’orecchio: «Dovevi essere al faro, Danny. Non con me.»

Le sue ultime parole, inghiottite dalla tempesta tra le lacrime.

La ferita sanguinava ancora.

Una suggestione, niente di più.

Salì lentamente, ogni gradino pareva un’eco del passato.

Al terzo piano si fermò davanti al quadro elettrico. Alcuni cavi bruciacchiati emanavano ancora odore acre. Negli ultimi giorni il generatore aveva dato problemi, e ogni sera lui andava a staccare la corrente.

La mano esitò sull’interruttore, poi lo abbassò. Un tonfo secco, e la torre piombò nel silenzio, rotto solo dal mare che si infrangeva contro la base della torre. Danny accese la torcia, puntandola verso l’alto, e continuò a salire.

Nella lanterna, tutto era come lo aveva lasciato: la coperta ripiegata nell’angolo, il binocolo appoggiato sul davanzale, lo sgabello di ferro. Si sedette e guardò fuori.

L’orizzonte era una linea netta tra cielo e mare, punteggiata dalle luci lontane del paese. Da lì poteva vedere la casa di Pamela, la finestra della sua camera ancora illuminata dalla lampada che la madre non spegneva mai. “Caso mai torna”, diceva.

Danny tirò fuori il messaggio. Lo rilesse alla luce fioca della torcia.

Un rumore lo fece sobbalzare.

In lontananza, il ronzio irregolare di un motore arrancava sul mare mosso. Prese il binocolo e scrutò l’oscurità. Una sagoma scura si muoveva verso la costa, senza luci di navigazione.

Il cuore iniziò a battergli più forte. “Tu verrai ed io sarò lì.”

La barca si avvicinava alla scogliera sottostante. Danny sentì il rumore dell’urto contro le rocce, un grido soffocato dal vento. Poi nulla.

Scese le scale di corsa. La torcia ballava davanti a lui creando ombre danzanti sui muri. Spinse la porta e uscì nel vento freddo della notte.

Sul molo di pietra, l’acqua aveva trascinato alcuni oggetti: una scarpa da ginnastica, un giubbotto impermeabile, una borsa di tela nera che galleggiava tra detriti.

Con le mani che tremavano, Danny recuperò la borsa. 

L’aveva già vista. 

Quella sera, sul molo. Pamela e quell’uomo. Lui con quella stessa borsa a tracolla. Poi il tonfo del remo, il respiro di lei che si spegneva tra le sue mani. Il mare a cancellare tutto.

All’interno, bagnati e freddi, trovò un telefono, un portafoglio, una maglietta azzurra.

E un foulard. Sottile, con piccoli limoni gialli ricamati sui bordi.

Era di Pamela.

Lo tenne stretto tra le dita. Il tessuto intriso di acqua salata. L’aveva comprato durante una gita insieme. “Ti fa venire in mente l’estate”, aveva detto ridendo.

Un odore familiare gli riempì le narici: gelsomino e mare. Il profumo che lei lasciava sui cuscini.

Un click.

Il faro si accese, la luce bianca fendette il buio e iniziò a girare lenta, regolare.

Corse indietro, verso la torre. La porta si richiuse alle sue spalle con un tonfo metallico che fece vibrare la tromba delle scale. Salì due gradini alla volta, così veloce che il respiro gli bruciava i polmoni.

A metà della salita si fermò.

Un rumore dall’alto. Non vento, non ferro. Passi.

Le gambe gli cedettero per un istante. Cercò un appiglio. Le dita affondarono in qualcosa di vischioso sul corrimano. Puntò la torcia.

Il palmo era coperto di sangue fresco.

Sbarrò gli occhi. Poi una voce, sottile, appena sopra di lui.

«Danny.»

La luce ruotante filtrava dall’alto, disegnando ombre pulsanti. Tra un bagliore e l’altro, sul gradino superiore, una sagoma immobile lo aspettava.

Capelli scuri gocciolanti, il vestito che stillava acqua sul metallo.

Lo stesso sorriso che aveva amato per cinque anni, ora deformato in qualcosa che non apparteneva più a lei.

Non riuscì a muovere un passo. La torcia tremava nella sua mano.

Un nuovo giro di luce illuminò di nuovo il volto.

Gli occhi erano due pozzi neri. Sul collo, i segni violacei di dita che stringevano ancora.

Danny indietreggiò, ma la schiena urtò contro qualcosa di solido.

Un respiro caldo gli sfiorò la nuca.

Il lezzo di sigaro e whisky gli riempì i polmoni. Un odore che non si era mai tolto dalla mente.

Quell’odore.

Lei lo chiamò di nuovo. La voce proveniva dall’alto, ma lui sapeva che era ormai ovunque.

Girò la testa: Pamela era a circa dieci gradini da lui.

Poi una mano lo afferrò al collo, da dietro, stringendolo con forza.

La torcia cadde e rotolò lungo i gradini, spegnendosi.

L’oscurità lo travolse come un’onda nera.

Pamela al molo.

L’altro che la stringe.

Gli occhi di lei che cercano i suoi.

Il remo che si alza.

Il tonfo sordo.

Il grido spezzato.

Le mani al collo.

Il silenzio improvviso.

Il panico.

La barca che ondeggia.

I corpi caricati di peso.

Il motore acceso.

Le luci spente.

Il mare che inghiotte.

Dalla tasca scivolò il foglio con il messaggio.

Nel buio, le parole brillarono di un rosso morto.

L’attesa era finita.

Non ricordò più niente.

Aldo Palmeri

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