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Pausa pranzo

Il bar era affollato, come ogni venerdì in pausa pranzo. Fuori dalla porta, gruppi di impiegati, tutti uguali nei loro completi blu, con qualche rara striatura di grigio. Alcuni avevano in mano lo smartphone, quelli che non ce l’avevano in mano ce l’avevano all’orecchio, impegnati in una conversazione che, in mezzo alle tante, si perdeva. Entravano nel locale a coppie o pochi per volta, man mano che altrettanti uscivano.

All’interno, due giovani manager avevano appena ricevuto i loro ordini.

«Com’è la tua pasta?».

«Eccellente, grazie. Ma tu perché hai preso solo un panino?».

«Non lo so, non ho fame».

«C’entra qualcosa Betta?».

«No, mia moglie non… No, lei non c’entra nulla».

«Ok. Allora a che pensi? Alle vacanze? Montagna anche quest’anno?».

«No, non sto pensando alle vacanze. Ma sì, credo che andremo di nuovo in montagna».

«Beati voi. Invece noi quest’anno temo rimarremo a casa. Mi dispiace un po’, soprattutto perché credo che il piccolo si sarebbe divertito in spiaggia».

«Quanto ha, adesso?».

«Quasi 7 mesi».

«Mi ricordo Mati a quell’età, voleva sempre stare in braccio, Betta non riusciva quasi a farsi una doccia».

«Si, anche Richi è così. Sempre in braccio, a volte lo mettiamo nella palestrina ma dobbiamo entrare anche noi. Ordiniamo una bottiglia di vino?».

«Non ti sembra di esagerare? È solo una pausa pranzo».

«Che ti importa?».

«Alle tre abbiamo una riunione».

«Vuoi dire che i nostri colleghi hanno una riunione».

«Io ci sarò e devi esserci anche tu, Ale, lo sai».

«No, Stefano, non lo so. E sai che ti dico? Non mi importa più di sapere».

«Scusami, stavo leggendo un’email del capo. Penso sia il caso di rientrare».

«Io non penso, invece. Da quando sei così preciso?».

«Lo sono sempre stato. E infatti ha portato i suoi frutti».

«Quindi vuoi dire che io non lo sono?».

«Non sto dicendo questo».

«Posso portarvi altro?».

I due alzarono lo sguardo. Una ragazza stava aspettando una risposta, con un blocchetto in mano. Saltellava da un piede all’altro.

«No, gra-».

«Si, grazie. Due tiramisù».

«Ale, non abbiamo tempo».

«Stefano, abbiamo tutto il tempo. La pausa non è ancora finita. E poi, cosa vuoi che succeda se tardiamo qualche minuto? Che ci mandino via?».

«Non dire così. Sapevi che sarebbe potuto succedere, avevano mandato un’email qualche settimana fa

«A me della loro email non interessa. Avevo chiesto un incontro di persona e mi è stato negato».

«Sai come sono, anche per tutelarsi cercano sempre di avere qualcosa di scritto».

«Per tutelarsi? E noi, chi ci tutela?».

«Da quello che so vi contatteranno in settimana proprio per questo. Ma scusa, non avevi pensato a questa possibilità?».

«Se devo essere sincero, sì, ci avevo pensato, ma pensavo che riguardasse soprattutto i livelli più alti».

«Fidati che ci sono stati cambiamenti anche lì».

«E tu come lo sai?».

«Non lo so, lo immagino. Ci saranno stati cambiamenti dovunque, di solito succede così».

«Già».

«Già».

Attorno a loro, il bar si stava svuotando. La fila all’ingresso si stava riducendo, la maggior parte dei commensali stava mangiando il dolce, alcuni bevevano al caffè, altri stavano già indossando le giacche. Il “BIP” del telefono di Stefano riscosse i due colleghi dai loro pensieri. Stefano abbassò gli occhi, lesse il messaggio. Sorrise.

«Cos’è che ti fa tanto ridere?».

«Niente, solo un messaggio stupido».

«Ah, un messaggio… e da parte di chi? Stefano, cosa stai combinando?».

«Ma niente, figurati. In ogni caso, Ale, se posso fare qualcosa per te sai che basta chiedere

«Puoi fare qualcosa per me. Inizia a dirmi chi ti ha scritto».

«Come?».

«Ho detto “DIMMI CHI TI HA SCRITTO”».

«Abbassa la voce, per favore».

«Mi hai chiesto tu di ripetere».

«Sì, ma non così, ci sono altri colleghi a quel tavolo. È per lavoro, ma nulla che ti possa interessare».

«Perché? Se è lavoro, magari riguarda anche me».

«No, Ale, non credo».

«Ma riguarda la comunicazione di stamattina?».

«In un certo senso sì. Ma è solo per chi sta lavorando al progetto con la Svizzera».

«Sai che a suo tempo anche io mi ero proposto per seguirlo? Pensa, magari la situazione oggi sarebbe diversa

«Figurati che, a suo tempo, per me era stata più una seccatura che altro, soprattutto con Mati appena nata. E comunque non lo puoi sapere, come sarebbe stato oggi».

«Hai ragione, non lo posso sapere. Però non ti vedo particolarmente turbato».

«Sai bene che non lo do mai a vedere, salvo casi eccezionali. E comunque è inutile stare qui a pensarci troppo».

«Si, bè, stai calmo».

«Sono calmissimo, figurati».

«Ah, mi sembrava il contrario. Tu cosa farai?».

«In che senso?».

«Dopo l’email di stamattina. Sai già cosa farai?».

«No, non lo so, ma di sicuro sarà migliore di quello che ho fatto fino a questo momento».

«Questo è poco ma sicuro. Ogni cambiamento porta un miglioramento, giusto?».

«Certo. A proposito, hai più risposto a quella proposta di lavoro di cui mi parlavi?».

«No».

«Perché no?».

«Perché il livello era più basso rispetto al mio. E non volevo mettere le mani troppo avanti, non ero certo di quello che ci avrebbero detto in azienda».

«Però, sarebbe stata un’occasione per te per ricominciare, giusto? Certo, magari il ruolo era più basso, ma le possibilità di carriera avrebbero potuto esserci, cosa ne sai? Perché rifiutare in partenza?».

«Stefano, scusa, ma che t’importa? Non avrei avuto voglia di ricominciare da capo».

«Sì, capisco, ma adesso non staresti così».

«Stefano, toglimi una curiosità: perché mi sembra che tu non sia stato toccato dall’email di questa mattina? O, almeno, che tu non lo sia stato come lo sono stato io?».

«Ci penso io – disse Stefano, allungando in fretta il bancomat alla cameriera, appena arrivata – credo sia il momento di rientrare».

Ale lo fissò. I gesti, il tono di voce. Gli sguardi sfuggenti al cellulare sul tavolo. E quella frase, “se posso fare qualcosa per te”.

«Sí – disse, ripiegando il tovagliolo e appoggiandolo sul tavolo – È proprio il caso di rientrare».

Giulia Nicora

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