martedì, 21 luglio 2026

L’assassino minacciato

Realizzato nel 1927 da Renè Magritte, il titolo del quadro – in originale L’Assassin menacé – è volutamente paradossale: ci si aspetterebbe che l’assassino sia la figura minacciosa, non la vittima. Invece, qui l’assassino (presunto) è colui che si trova in una posizione di vulnerabilità, mentre altri lo osservano e minacciano nell’ombra. Questo rovesciamento è tipico del pensiero surrealista.

L’opera mostra una scena che si sviluppa in uno spazio chiuso e apparentemente realistico, ma fortemente teatrale e disturbante. Al centro della composizione vi è un uomo elegantemente vestito (giacca, cravatta, valigia, cilindro) che ascolta un grammofono, accanto al corpo nudo di una donna distesa su un letto o divano. Due uomini armati lo osservano nascosti dietro delle tende, mentre altri due, con pose immobili e quasi scultoree, si trovano in secondo piano ai lati della scena. L’intero spazio sembra una scatola scenica, quasi fosse un palcoscenico teatrale. Le pose dei personaggi, l’illuminazione e la disposizione ricordano un set teatrale o cinematografico. Questo distacco dalla realtà suggerisce che ciò che vediamo non è da prendere alla lettera: è un’immagine mentale, simbolica.

Il grammofono, oggetto ricorrente nell’opera di Magritte, rappresenta forse l’indifferenza dell’assassino, immerso nella musica mentre si compie (o si è appena compiuto) un delitto. La scena è congelata in un momento preciso: l’azione non è ancora avvenuta, ma è imminente. Questo crea una tensione visiva fortissima, che ricorda il fotogramma di un film noir. Il tempo sembra cristallizzato nell’istante prima della tragedia.

L’opera non offre una narrazione chiara: è uno scenario di tensione psicologica e mistero. Il suo scopo non è spiegare, ma evocare. Ogni elemento è come una parola di un linguaggio sconosciuto ma carico di significato. L’assassino può essere una metafora della condizione umana, colto nel momento di passaggio tra coscienza e inconscio, colpa e innocenza. Gli osservatori armati possono rappresentare la società, la legge, o forse il senso di colpa che incombe su ogni atto trasgressivo. È un quadro che non si lascia interpretare in modo univoco, ma continua a porre domande più che offrire risposte.

Giulia Nicora

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