mercoledì, 21 ottobre 2026

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LA PAROLA E IL MATTONE: LA DIFFERENZA TRA PROTESTA E DISTRUZIONE

protesta

Un lunedì mattina qualunque. Il giorno dopo. Le spazzatrici meccaniche puliscono l’asfalto del centro: raccolgono i vetri infranti delle vetrine e i rami spezzati. Sulle facciate dei palazzi restano le tracce delle bombolette spray.

Ciò che le macchine non possono spazzare via è il senso di smarrimento. Eventi come quelli dello scorso fine settimana lasciano una ferita nella cittadinanza e nelle giovani generazioni. C’è chi è sceso in piazza per ciò in cui crede e chi ha compiuto gesti distruttivi, forse senza attribuire loro lo stesso significato.

Da un lato infatti, la piazza viva: centinaia di ragazze e ragazzi scesi in strada per rivendicare diritti, denunciare disuguaglianze e far sentire la propria voce. Dall’altro, il cortocircuito della violenza, gli atti vandalici, le vetrine devastate e il fuoco appiccato a cassonetti e vetture.

Parola contro mattone: la linea netta tra il manifestare e il distruggere

C’è una linea netta tra manifestare e vandalizzare. Il vandalismo non può essere giustificato: la violenza e la distruzione della proprietà pubblica e privata danneggiano la convivenza civile e il valore della protesta pacifica.

Condannare questi atti, però, non significa chiudere gli occhi sul disagio che possono esprimere. Dietro una generazione fragile e smarrita possono esserci adulti altrettanto fragili, talvolta ancora più disorientati dei propri figli.

Manifestare è un atto politico, sociale e profondamente evolutivo. Chi scende in piazza portando un’istanza condivisa sta usando il pensiero, il linguaggio e la partecipazione civica. In termini psicologici, la manifestazione è una forma di sublimazione. L’aggressività primaria e la frustrazione trovano espressione in azioni simboliche: un cartello, un coro, la presenza fisica. L’obiettivo è il dialogo con l’autorità, anche attraverso il conflitto.

Il vandalismo e la violenza cieca sono invece l’esatto opposto: la fallimentare rinuncia al linguaggio. Quando il mattone sostituisce la parola, non siamo di fronte a una sovrabbondanza di ideologia, ma a un vuoto di senso. L’atto vandalico non comunica una richiesta. Esprime una scarica motoria, ciò che in psicologia chiamiamo «acting out». È un tentativo disperato di far sentire la propria esistenza attraverso la distruzione dell’ambiente circostante.

La lezione di Winnicott: la distruzione come ricerca di un limite

Per comprendere questa spaccatura, possiamo richiamare gli studi sulla devianza di Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico. Il suo pensiero invita ad andare oltre il solo giudizio morale.

Winnicott distingue la privazione dalla deprivazione. La prima indica il non aver mai conosciuto affetto e cura. La seconda riguarda chi ha sperimentato un ambiente protettivo nei primi anni di vita e poi lo ha improvvisamente perduto. Per lo psicoanalista, la tendenza antisociale — dal furto alla distruzione di piazza — non nasce da una malvagità innata, ma nasconde un paradosso fondamentale: è un inconsapevole segno di speranza.

“La tendenza antisociale implica una speranza. È la ricerca di un ambiente capace di contenere, di un limite che sia in grado di reggere l’urto e di ripristinare la sicurezza perduta.” — Donald W. Winnicott

Se il furto rappresenta una distorta ricerca d’amore (il tentativo di riprendersi ciò che è stato tolto), la distruzione vandalica è la ricerca di un limite e di una stabilità. Quando un giovane devasta una vetrina o incendia una macchina, non sta dimostrando indifferenza, ma sta inconsciamente testando la tenuta del mondo adulto: “C’è qualcuno abbastanza forte, coerente e capace di fermarmi senza distruggermi a sua volta?”.

La responsabilità educativa degli adulti

Come si impara a rispettare se stessi e gli altri? Il senso di giustizia e di legalità non si trasmette con le prediche o con le sole sanzioni.

La psicologia dello sviluppo ci insegna che una regola morale viene fatta propria quando è vissuta nelle relazioni significative. È ciò che, nel linguaggio psicologico, si chiama «introiezione»: la regola diventa parte del proprio modo di pensare e agire.

Quando le famiglie rinunciano a porre limiti, i giovani possono perdere un riferimento. Lo stesso accade nelle comunità in cui si sentono invisibili. In queste condizioni, fare proprie le regole diventa difficile. La norma viene vista come un divieto arbitrario da violare, e non come il patto condiviso che garantisce la libertà di ciascuno.

La tentazione più pericolosa dopo un fine settimana di scontri è quella di cedere alla “generalizzazione generazionale”: bollare i giovani come violenti, nichilisti o svogliati. Invece, proprio l’energia ribelle che anima le piazze — quando depurata dalla violenza criminale di pochi — è la linfa vitale di ogni società che non vuole mummificarsi. I giovani sono il sismografo della nostra società: registrano prima degli adulti le spaccature, il clima socio-economico incerto e l’ansia per il futuro.

Ascoltare i giovani senza giustificare la violenza

A questo proposito, risuona con straordinaria attualità la lezione poetica ed etica di Fabrizio De André. Faber, da sempre attento agli ultimi e al mondo giovanile, ci ha lasciato in Canzone del maggio una riflessione fulgida sul senso del giudizio e della protesta:

“E se credete ora che tutto sia come prima / perché avete fermato la nostra partita / per quanto vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti.”

Il richiamo di De André è un invito a non tirarsi fuori. Giudicare “i giovani d’oggi” senza chiedersi quale mondo abbiamo costruito per loro è un alibi. Anche gli adulti devono interrogarsi sulle proprie responsabilità. Non dobbiamo tollerare la violenza: fermarla e sanzionarla con fermezza è doveroso nei confronti di tutta la collettività e di coloro che manifestano pacificamente. Ma, al tempo stesso, abbiamo il dovere di ascoltare il disagio sottostante.

Il mondo adulto deve tornare a essere un argine solido e accogliente: un ambiente capace di sostenere e contenere, ciò che Winnicott chiama «holding ambientale».

Ai ragazzi servono ascolto e limiti coerenti. È questa la direzione per contrastare i gesti distruttivi e lasciare spazio alla voce dei coetanei che desiderano stare bene con se stessi e vivere in un mondo che sentono anche proprio.

Il dialogo come fondamento della comunità

Il consiglio di “Benvenuti in Condominio”: il dialogo intergenerazionale e la capacità di porre regole chiare e giuste rappresentano le fondamenta non solo della famiglia, ma di qualsiasi comunità civile e condominiale che voglia definirsi tale.

Pensi che il mondo adulto stia realmente ascoltando i segnali di disagio che arrivano dalle nuove generazioni?

Raccontaci nei commenti: come dovrebbero reagire le comunità e le istituzioni di fronte alle proteste giovanili degenerate in atti di violenza?

Dott.sa Chiara Ribaga Psicologa Psicoterapeuta

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