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Amministratore 2026: rivoluzione o caos nei condomìni?

La riforma dell’amministratore di condominio torna al centro del dibattito nazionale, ma questa volta non come una voce tecnica destinata a pochi addetti ai lavori: riguarda la vita quotidiana di oltre 42 milioni di italiani, perché nel nostro Paese circa il 70% della popolazione vive all’interno di un condominio. Un universo complesso, a volte litigioso, sempre più fragile economicamente, con edifici vecchi, norme nuove, costi in aumento e aspettative crescenti. E, dentro questo universo, la figura dell’amministratore è diventata un perno essenziale, anche se spesso poco compreso, malpagato e oberato di adempimenti. La proposta Gardini intende ridisegnare la professione introducendo nuovi requisiti, nuovi obblighi, nuovi criteri di selezione e nuove responsabilità, ma proprio per questo le principali associazioni italiane del settore che rappresentano migliaia di professionisti hanno scritto all’Onorevoli Elisabetta Gardini Augusta Anita Laura Montaruli per chiedere una cosa semplice e ragionevole: dialogo. Non uno scontro, ma un confronto serio, perché chi vive i problemi sul campo ogni giorno sa perfettamente cosa funziona e cosa non funziona davvero.

Il punto che gli amministratori mettono sul tavolo non è un rifiuto del cambiamento. È l’esatto contrario: chiedono una riforma fatta bene, una riforma che tenga conto dei numeri reali, dei costi reali e delle dinamiche reali. E i numeri, purtroppo, parlano chiaro: l’80% dei condomìni italiani ha più di 20 unità immobiliari, cioè è un condominio complesso, con impianti datati, interventi urgenti da programmare, bilanci da far quadrare, morosità da gestire, rapporti spesso tesi tra condomini e un’amministrazione che deve essere sempre più tecnica, più regolata, più capace. Ma serve una riforma che consideri non solo i ruoli, ma anche l’impatto economico sulle famiglie. Perché un dato deve far riflettere chiunque: nei prossimi due anni, anche senza nuove leggi, l’aumento previsto delle spese condominiali è tra il 20% e il 25% per famiglia. Energia, manutenzioni, lavori, sicurezza, impianti, adempimenti digitali: tutto sta salendo. Le famiglie lo vedono ogni mese nelle rate; gli amministratori lo sanno ogni giorno mentre cercano di tenere in piedi edifici che hanno 40, 50, 60 anni.

Allora la domanda che dobbiamo porci, come cittadini e come legislatori, è estremamente concreta: serve davvero cambiare la professione dell’amministratore imponendo requisiti, procedure, adempimenti e responsabilità nuove? Oppure, prima ancora, servirebbe mettere mano ai problemi veri dei condomìni italiani—impianti vecchi, morosità crescente, bonus edilizi finiti, costi fuori controllo, necessità di strumenti economici nuovi per evitare che gli immobili perdano valore e che le famiglie si trovino in difficoltà? Le associazioni, nel loro messaggio all’On. Gardini e On.Montaruli non dicono “no”. Dicono “attenzione”. Perché una riforma mal scritta rischia di aumentare i costi di gestione, rallentare i processi decisionali, generare nuovi contenziosi e complicare la vita a tutti. E quando parliamo di “tutti”, parliamo di 42 milioni di persone. Una platea che nessun altro settore in Italia coinvolge in modo così diretto e quotidiano.

La questione non è solo tecnica. È politica, sociale, economica. Gli amministratori sono figure necessarie per la tenuta del patrimonio immobiliare italiano, un patrimonio che vale più del PIL del Paese e che negli ultimi anni sta vivendo un declino pericoloso: troppi lavori rimandati, troppi contenziosi, troppa confusione normativa. In questo contesto, la riforma potrebbe essere un’occasione storica per modernizzare, rendere chiaro, semplificare, responsabilizzare. Ma può diventare anche un boomerang se costruita senza ascoltare chi conosce davvero i problemi.

Gli amministratori chiedono quindi una riforma che aiuti i condomìni, non che li appesantisca. Una riforma che porti trasparenza, competenza, professionalità, ma anche sostenibilità economica. Perché non possiamo illuderci che sia sufficiente obbligare a possedere una laurea o aumentare i controlli per risolvere i problemi. Serve invece un sistema che sostenga gli amministratori nella loro crescita, che tuteli i condomini nei loro diritti e che metta al centro la manutenzione, la sicurezza, l’efficienza energetica, la gestione dei costi e la serenità della convivenza condominiale.

E se proprio vogliamo porci la questione più scomoda, ma più utile, allora dovremmo chiederci: un legislatore dovrebbe davvero concentrarsi su nuove regole per gli amministratori, oppure dovrebbe occuparsi prima di aiutare economicamente gli edifici a non crollare e le famiglie a non dover scegliere tra la rata del condominio e quella del mutuo? In un Paese dove l’80% degli edifici è un condominio complesso e il 20-25% di aumento delle spese è ormai inevitabile, la risposta è pragmatica, non ideologica. Servono regole chiare, certo, ma servono anche strumenti concreti che permettano ai condomìni di essere gestiti bene senza costi insostenibili. La riforma può essere un pezzo del puzzle, ma non può essere l’intero puzzle.

Per questo la lettera delle associazioni è importante: non è una protesta, è una proposta. Una mano tesa al legislatore per costruire insieme una legge utile. Il Paese ha bisogno di una riforma seria, equilibrata e condivisa. Non di un’altra occasione persa.

Redazione

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