sabato, 26 settembre 2026

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il cortile è anche loro

cortile

«Non correre. Non gridare. Non giocare qui. Fai piano.» Chi cresce in un condominio impara molto presto il vocabolario dei divieti. Prima ancora di conoscere il regolamento condominiale, scopre che esistono porte da non sbattere, scale su cui non correre, palloni che danno fastidio e voci che attraversano i muri.

Ed è giusto che impari a rispettare gli altri. Vivere insieme significa anche questo: comprendere che il nostro spazio finisce dove comincia quello di qualcun altro, che esistono persone che riposano, lavorano, studiano, stanno male o semplicemente desiderano un po’ di silenzio.

Ma la questione può essere guardata anche dalla parte opposta.

Quanto spazio siamo disposti a lasciare all’infanzia nei luoghi in cui viviamo?

Un bambino non abita meno di un adulto. Non è un piccolo ospite temporaneo in attesa di diventare abbastanza grande da meritarsi pienamente gli spazi comuni. Quella è casa sua quanto è casa nostra. Eppure spesso progettiamo, organizziamo e regolamentiamo gli ambienti condivisi pensando quasi esclusivamente alle esigenze degli adulti.

Lo stesso cortile, poi, cambia completamente a seconda dell’altezza da cui lo guardiamo. Per noi può essere semplicemente il percorso tra il portone e l’automobile. Per un bambino può diventare una pista per la bicicletta, un luogo in cui incontrare un amico, il territorio di una partita inventata o di un pomeriggio trascorso all’aperto.

Il punto, naturalmente, non è stabilire che i bambini possano fare qualsiasi cosa. Sarebbe soltanto sostituire un diritto con un altro. Il punto interessante nasce proprio quando due esigenze legittime si incontrano: il bisogno di quiete e quello di giocare, il diritto al riposo e quello al movimento, la necessità di avere regole e quella di poter vivere gli spazi.

La soluzione più facile è decidere chi deve rinunciare. Quella più complessa è cercare una convivenza possibile.

La gentilezza come negoziazione

Ed è qui che la gentilezza smette di essere soltanto una buona maniera e diventa una forma di negoziazione. Significa stabilire orari ragionevoli, individuare luoghi adatti, insegnare ai bambini a fare attenzione agli altri e chiedere agli adulti di accettare che una comunità abitata anche da bambini non possa essere completamente silenziosa. Potremmo persino coinvolgerli nella ricerca delle soluzioni. Invece di comunicare soltanto ciò che non possono fare, potremmo chiedere: dove pensate che si possa giocare senza disturbare? In quali orari? Quali regole potremmo darci? Come possiamo prenderci cura insieme del cortile?

Cambierebbe qualcosa di importante. Il bambino non sarebbe più semplicemente il destinatario di una regola decisa dagli adulti, ma una delle persone chiamate a costruire il modo in cui quello spazio viene vissuto. E imparerebbe concretamente che appartenere a una comunità significa avere diritti, ma anche responsabilità.

Proprio un condominio può diventare una piccola palestra di convivenza, il luogo in cui si scopre che gli altri hanno bisogni diversi dai nostri, che qualche volta dobbiamo abbassare la voce e qualche altra volta possiamo chiedere agli altri di sopportare una risata un po’ più forte. Educare un bambino al rispetto non dovrebbe significare insegnargli a occupare meno spazio possibile, dovrebbe significare insegnargli ad abitare quello spazio insieme agli altri.

E anche noi adulti abbiamo qualcosa da imparare: una comunità capace di accogliere l’infanzia non è quella che permette tutto, ma nemmeno quella in cui il bambino ideale è quello che non si sente mai, è quella capace di dire qualche volta «piano», qualche volta «adesso no» e, abbastanza spesso, anche «certo che qui puoi giocare».

A cura del progetto Coltiviamo Gentilezza

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